Storia, Warfare e...

Storia, Warfare e...
Come possono coesistere Storia, Arte Bellica e Sport?
Un fantallenatore non deve forse gestire risorse e giocatori come un generale?

domenica 24 maggio 2015

Mai visti simili leoni guidati da simili agnelli


La prima guerra mondiale. Un evento vicino ai giorni nostri ma al tempo stesso lontano. 

Una guerra combattuta da uomini nati nell’800. Figli di valori e di ideali molto distanti da noi. Figli di un’epoca nella quale le più grandi nazioni si “sfidavano” nell’espandersi nell’impero più grande e ricco. Anni in cui i governanti più potenti, erano invidiati dagli stati più piccoli che desideravano anch’essi assoggettare colonie e nuove popolazioni. Un fragile equilibrio mondiale che fu rotto dall’attentato di Sarajevo. Dove fu assassinato, assieme alla moglie, Francesco Ferdinando. L’erede al trono dell’impero austro-ungarico.
Quell'attentato, rapidamente, scatenò una serie di eventi finendo per dividere il mondo in due enormi fazioni che si scontrarono nella più grande guerra mai vista nella storia dell'umanità. Un conflitto nel quale, i generali e più alti ufficiali, non si accorsero di combattere in un’epoca di grandi innovazioni tecnologiche che rivoluzionarono completamente il modo di combattere.
Gli eserciti tra le sue file annoveravano svariate unità di cavalleggeri che in pochi anni furono sostituite da mezzi motorizzati. Inoltre, l’invenzione della mitragliatrice, cancellò in un batter d’occhio, o in una singola raffica, il modo di schierare le truppe sul campo di battaglia. Ma questo i generali figli dell'ottocento, discendenti dell’epoca napoleonica, non lo capirono… E si intestardirono nel lanciare all’assalto migliaia e migliaia di soldati schierati a ranghi stretti contro le mitragliatrici avversarie, in grado di falciare chiunque avesse corso pochi passi verso la trincea nemica.
In più, le prime modifiche alle strategie, non furono certe meglio… Sì. E’ vero. Incessanti bombardamenti di giorni o addirittura settimane, falcidiavano i difensori della prima linea di trincee avversarie. Però, allo stesso tempo, proclamavano con largo anticipo l’ennesimo assalto… E così, cessati i bombardamenti, l’assalto degli attaccanti, era fermato dalle seconde linee che nel frattempo, erano state rafforzate con nuove protezioni e infoltite di riservisti. Uomini che fino a pochi giorni prima erano ben lontani dallo scontro.
Questo comportamento recidivo dei comandanti che proprio non riuscivano ad adeguarsi alle nuove tecnologie, giudicato insensato da tutti gli storici, durante la celebre battaglia della Somme, mentre centinaia, centinaia, migliaia di corpi esamini cadevano a terra, ispirò il generale tedesco Max von Gallwitz nello scrivere  il famoso commento:

Sono impressionato, dal coraggio dei soldati britannici, non altrettanto dai loro ufficiali, che hanno ricevuto l’incarico per il loro alto livello sociale, non per le capacità militari. Non ho mai visto simili Leoni guidati da simili Agnelli.

Agnelli. Esatto. Gli alti ufficiali capirono solamente un elemento della guerra moderna che stava nascendo… L’opportunità di stare lontano dal fronte potendo impartire ordini tramite la radio…
Inoltre, nemmeno il carro armato, la nuova arma costruita appositamente per affrontare le mitragliatrici tedesche, fu usato al meglio dai generali inglesi. I quali impiegarono settimane a comprendere come lanciare un efficace attacco motorizzato.

E nel frattempo, ovviamente, i soldati continuavano a morire. A migliaia. Per conquistare pochi metri di terra. Ma alcuni di loro riuscirono a sopravvivere nonostante stessero combattendo in prima linea. Ragazzi che furono forgiati dalla guerra. Esperienza che li cambiò per sempre. E che trenta anni dopo, gli consegnò tra le mani il destino del mondo intero. Charles de Gualle, il futuro presidente francese. Un ragazzo ispirato da forti sentimenti nazionalistici che visse due lunghi anni come prigioniero dei tedeschi. Lacerato nell'orgoglio e dal ricordo della campagna napoleonica. Winston Churchill, il giovane primo ammiraglio inglese che fu costretto alle dimissioni per aver ordinato la disastrosa offensiva anfibia nello stretto dei Dardanelli. Un uomo che cercò con successo il riscatto personale. Offrendosi come volontario andando a combattere in trincea prima di essere messo a capo del Regno Unito. E Hideki Tojo. Un valoroso ufficiale che si guadagnò il grado di maggiore generale sul campo di battaglia per poi essere nominato primo ministro giapponese nel 1940.  Un pittore austriaco di scarso successo che si arruolò come volontario tra le file tedesche dopo essere stato riformato dall’esercito della sua nazione, e un giornalista che combatté come tiratore scelto. Due uomini che non necessitano di presentazioni. Adolf Hitler e l’italiano Benito Mussolini.

Già… Italiani. I nostri padri, furono a lungo corteggiati dagli austroungarici che offrirono vari territori in cambio della non belligeranza. Ma l’Italia, dopo un anno di trattative, si fece ingolosire dall’offerta inglese che prometteva più terre e in particolar modo alcune colonie in Libia. Colonie che avrebbero trasformato l’Italia in un vero e proprio impero. Un’offerta che all’epoca, probabilmente, era difficilmente rifiutabile da chi voleva dimostrare al mondo intero di non essere da meno. E così, dopo un anno dallo scoppio della guerra, esattamente un secolo fa, il 24 maggio del 1915, l’esercito italiano entrò nel conflitto agli ordini del generale Cadorna. Un comandante, ahinoi, che si dimostrò tra i più incompetenti dell’epoca. Non solo nei fatti. Ma anche nelle parole. Autore di note capaci ancora di stringerci la gola fermandoci il respiro:

Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini  superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice

Davanti a questa tesi, persino i più celebri filosofi e studiosi militari di epoche ben più antiche, sostenitori della vittoria raggiunta senza la perdita di un solo uomo, raggelerebbero… Ma l’ego smisurato di Cadorna, lo spinse a insistere sulle solite, suicide, teorie:

Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini

Rimanendo in particolar modo fedele a quest’ultima tesi, ad un tratto il generale cominciò a maltrattare gli uomini al suo comando. Come persone prive di un’anima. O forse meglio dire oggetti… Incolpandoli degli insuccessi scrisse:

Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi

Vigliacchi diceva lui. Leoni diciamo noi. Impavidi uomini che ben presto capirono la totale inutilità di essere spediti all’assalto contro le spietate mitragliatrici. Leoni che furono giudicati codardi quando si ribellarono agli ordini imposti. Scatenando un’incredibile reazione da parte del generale che li mise davanti a una scelta: morire a causa di un proiettile nemico, o morire colpiti alla schiena dai malcapitati ufficiali o carabinieri. Compatrioti che avevano l’ordine di sparare se i soldati rallentavano l’avanzata… Ma torniamo a udire le parole di Cadorna…

Chi tenti ignominiosamente di arrendersi e retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia freddato da quello dell’ufficiale.

Tutto ciò mentre sulle Alpi si combattevano dei veri propri assedi di stampo medievale. Guerre di
posizione dove entrambe le fazioni si scambiavano ripetutamente il ruolo di assediati e assedianti. Rocce nelle quali è ancora possibile visitare le gallerie che venivano scavate. Non per far cadere le mura della città come si usava secoli prima, ma per far saltare la galleria che allo stesso tempo i nemici stavano scavando nel tentativo di schiacciare sotto il peso di ghiacciai millenari quanti più uomini possibili.

Solamente la nota disfatta di Caporetto diede fine a questa terribile situazione. Battaglia che costò a Cadorna il suo incarico. Il sostituto, Diaz, dovette immediatamente far leva sul morale degli uomini. Andandoli a cercare nella cantine o nelle loro case dove erano scappati. Accudendoli come figli prediletti. Riuscendo a unirli in un’unica grande famiglia. Specialmente grazie a piccole e frequenti offensive che ordinava per riconquistare il terreno perduto. Tutto ciò nonostante i suoi ufficiali tentavano di convincerlo nell’organizzare una grande controffensiva. Ma ebbe ragione Diaz. Le piccole operazioni da lui ordinate, con il tempo, rinvigorirono il morale dei soldati che si fecero trovare pronti sul Piave. Dove assestarono una pesante sconfitta all’impero austroungarico. Costringendolo, rapidamente, ad abbandonare ogni velleità e a chiedere l’armistizio al resto del mondo. E non lo diciamo perché siamo figli di quegli uomini. Ma perché è stato realmente così.
Uomini che combatterono come leoni. Mentre le leonesse, a casa, non si limitavano di certo ad accudire i cuccioli…Come per esempio le portatrici carniche. Donne che trasportavano con le loro gerle i rifornimenti agli alpini al fronte camminando nella a fatica nella neve fresca.

Matteo Freddi
autore di Ben ti voglio Lucia. Il re a Bologna, il romanzo che narra la storia e il mito di Re Enzo, e  Finché morte non ci riunirà. La rivisitazione in chiave del Grande Assedio di Malta che secondo l'Associazione Culturale VoltarePagina.Net...

...è un libro che unisce l’utile al dilettevole, che insegna e che diverte, poiché coniuga una lezione di storia alla lettura di un buon libro...

e secondo Temperamente.it ...

...leggendolo, si ha la sensazione di vedere dei quadri animarsi e prendere vita... Questo romanzo mi ha entusiasmato...

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venerdì 22 maggio 2015

In corso a Malta la commemorazione per il 450° anniversario del Grande Assedio

La San Michele in azione
A Malta è già cominciata la commemorazione del 450° anniversario del Grande Assedio del 1565. Un evento a volte non menzionato ma fondamentale per la nota battaglia di Lepanto avvenuta sette anni dopo. Se l'assedio avesse avuto un esito diverso, a Lepanto, molto probabilmente, non ci sarebbe mai stato alcun scontro navale perché il piano di Solimano, il sultano ottomano, prevedeva un'invasione in Sicilia dopo la conquista di Malta. La roccaforte difesa strenuamente dai Cavalieri Ospitalieri.

Proprio in questi giorni, nel 1565, l'esercito ottomano lanciava le prime offensive. E lo scorso 17 maggio, presso il museo navale, l'Heritage maltese in collaborazione con l'Associazione Culturale e Compagnia di Rievocazione "San Michele", ha ricordato lo sbarco dei turchi ottomani. 
Cavaliere Ospitaliere del XVI secolo
in tempodi pace
Immediatamente, le strade di Birgu, il Borgo Antico, si sono animate con duelli a colpi di spada. Proprio quelle strade che nell'afoso agosto del 1565, furono teatro di un feroce scontro durato ben otto ore. Una lunga giornata in cui i cavalieri, abbandonati gli scudi, afferrarono i lunghi spadoni con due mani e spalla spalla, respinsero un assalto dei temibili giannizzeri e di altre migliaia di soldati. 

Ma il programma della commemorazione non termina certo con questo evento. Il 23 giugno, probabilmente, si ricorderà la caduta di Castel Sant'Elmo. Forte subito ricostruito e riaperto da un mese per l'occasione. 

In luglio e agosto, inoltre, si terranno tour animati nelle fortificazioni del Borgo Antico soprannominato tuttora "Città Vittoriosa", e a Senglea, dove si ergeva Forte San Michele.

Il pezzo forte del programma, ovviamente, sarà riservato nel mese di settembre e in quelli successivi. Giorni in cui per ricordare l'inaspettata vittoria (almeno per i regnati dell'epoca), sarà aperta una speciale mostra di artefatti provenienti da tutta Europa.

Chissà se il Louvre concederà in prestito la spada con l'impugnatura d'oro donata da Filippo II di Spagna al gran maestro La Valette. Una lama unica nel suo genere con una dedica speciale del sovrano che con un gioco di parole fece incidere le parole: "Plus quam valor valet La Valette".

Altro? Al momento no. Per rimanere aggiornati sul programma si può visitare il sito dell'Heritage di Malta e della Compagnia San Michele che a breve, il 27/28 giugno, sarà ospitata dalla bolognese Compagnia d'Arme delle Tredici Porte presso il noto evento "Torneo Isolani - La corte delle seta" a Minerbio (Bo).

Matteo Freddi
autore di Ben ti voglio Lucia. Il re a Bologna, il romanzo che narra la storia e il mito di Re Enzo, e  Finché morte non ci riunirà. La rivisitazione in chiave del Grande Assedio di Malta che secondo l'Associazione Culturale VoltarePagina.Net...

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martedì 19 maggio 2015

L'antica via Emilia di epoca romana affiora nel centro di Bologna

Foto di Nino Iorfino
Il cantiere che da mesi sta rendendo inagibili le principali strade del centro di Bologna, ha regalato l'ennesima e aspettata piacevole sorpresa. Dopo aver svelato i resti della prima cerchia muraria in selenite della città, oggi ha mostrato l'antica via Emilia in tutto il suo splendore. Una strada costruita dai romani 200 anni prima della nascita di Cristo per collegare in linea retta Piacenza e Rimini, e per favorire i commerci. Un'importante arteria che dopo pochi anni, nel tratto visibile oggi, fu rinforzato con un ulteriore strato di pietre per l'utilizzo intenso. Così intenso da permettere alle ruote dei carri di scavare profondi solchi. E garantisco che non mi sto prendendo una libera "concessione" letteraria... E' proprio così. I carri hanno solcato l'antica strada.

Non a caso, stiamo parlando di una delle tante eredità che ci ha lasciato l'impero romano. Una infrastruttura tuttora utilizzata e molto importante sebbene sia sempre visibile solo in rarissimi punti. Un'opera ingegnosa che ha sicuramente ispirato la costruzione della famosa A14 (la nota autostrada che pullula di mezzi diretti o di ritorno dalla riviera romagnola), e le reti ferroviarie Milano-Bologna e Bologna-Ancona che corrono quasi parallelamente all'antica via. Tuttora nota come Strada Statale 9 o via Emilia. Il suo appellativo originale che deriva dal nome del console che ebbe l'idea di farla costruire: Marco Emilio Lepido.

Spero proprio che questa nuova "riscoperta" possa aiutare tutti a ricordare il passato. A ricordare che la storia è molto importante, anche se a breve una colata di asfalto ricoprirà il tutto. Se dimenticassimo chi siamo e da dove veniamo, cosa accadrebbe?

Matteo Freddi
autore di Ben ti voglio Lucia. Il re a Bologna, il romanzo che narra la storia e il mito di Re Enzo, e  Finché morte non ci riunirà. La rivisitazione in chiave del Grande Assedio di Malta che secondo l'Associazione Culturale VoltarePagina.Net...

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